Daniela Bianchi - Segretaria Generale FERPI
Quando un certo tipo di linguaggio diventa pervasivo, quando si normalizza nell'uso quotidiano, finisce per modificare silenziosamente la nostra visione del mondo. L'analisi di Daniela Bianchi sul potere delle narrazioni tossiche.
Dolores Umbridge!!! Ecco chi…
La commissaria europea Hadja Lahbib, il suo sorriso sghembo e quella borsetta da cui uscivano oggetti improponibili, propagandati come antidoto di guerra, ricorda incredibilmente colei che è stata dapprima Ministro della Magia e poi inquisitore Supremo di Hogwarts nella saga del maghetto più famoso al mondo.
Un video, un assurdo video mieloso, così come era mielosa la garrula voce della Umbridge, per vendere come sana l’idea che dovremo tutti dotarci di un kit di sopravvivenza in caso di guerra.
Ma quando è iniziata davvero questa operazione anestetizzante? Era il 2020 e il nostro vocabolario, all'improvviso, si arricchiva di termini come "trincea", "prima linea", "nemico invisibile", "lasciapassare", "coprifuoco". Iniziava la pandemia e la nostra comunicazione riscopriva all’improvviso il fascino delle parole belliche.
Alcuni articoli letti in questi giorni, da quello di Federico Fubini sul Corriere della Sera a quello di Sonia Gandini sul Fatto Quotidiano, hanno fatto saltare il tappo dei ricordi. Come un flash. I medici trasformati in "soldati", gli ospedali in "trincee”, ricordate?
Un’inquietante metamorfosi del linguaggio che lentamente si è insinuata nelle nostre vite e dalla "guerra al virus" alla "guerra vera" è stato un attimo.
Già, il linguaggio non è mai neutro. Le parole che scegliamo plasmano il nostro modo di pensare, di percepire la realtà e, in ultima analisi, di agire. Quando un certo tipo di linguaggio diventa pervasivo, quando si normalizza nell'uso quotidiano, finisce per modificare silenziosamente la nostra visione del mondo. Ed è esattamente quello che è accaduto negli ultimi anni, con un passaggio quasi impercettibile, ma profondamente significativo, dalla "guerra al virus" alla guerra vera e propria.
Come è stato acutamente osservato, era un campanello di allarme ma non ce ne siamo accorti. Quel campanello, oggi possiamo dirlo, non annunciava solo una deriva linguistica temporanea, ma preparava il terreno per qualcosa di più duraturo e pervasivo. Basti pensare alla transizione fulminea che ci ha portato da un giorno all’altro ad abbandonare il tema coronavirus per spostare l’attenzione sulla guerra in Ucraina, utilizzando esattamente le stesse dinamiche.
Non c'è stato tempo di elaborare la fine (o presunta tale) di un'emergenza che già eravamo precipitati nell’altra, con lo stesso linguaggio, la stessa urgenza, la stessa richiesta di sacrifici collettivi.
Certo, "la storia della pandemia non ha niente a che fare con ReArm Europe", ma presenta certamente dei "punti in comune": "la necessità di dotarsi di una protezione collettiva in Europa perché la minaccia è comune, il carattere straordinario e costoso dell'operazione, l'esigenza di coordinarsi e progredire in fretta anche sul piano tecnologico".
Ciò che colpisce in entrambe le narrazioni è la loro natura binaria, che esclude deliberatamente le sfumature, e infatti quello che emerge nel dibattito acceso è come l'Italia e l'Europa siano intrappolate tra due scelte: il sostegno incondizionato all'Unione Europea e alla sua politica di riarmo, oppure un ritorno al protezionismo e all'isolazionismo. Una visione che ignora deliberatamente le numerose sfumature di una realtà più complessa e pericolosa.
Che poi un po’ ci ricorda la tecnica narrativa del "falso dilemma" tanto cara alla propaganda di ogni tempo: presentare solo due opzioni estreme, facendo apparire una come l'unica ragionevole. Una tecnica che George Orwell aveva brillantemente descritto in 1984, dove la realtà veniva costantemente ridefinita attraverso la manipolazione del linguaggio. La guerra è pace. La libertà è schiavitù. L'ignoranza è forza.
La posta in gioco è un colossale trasferimento di risorse. Il piano di riarmo europeo prevede infatti uno stanziamento di 800 miliardi di euro. Per dare un'idea della cifra: è più del PIL di molti paesi europei. È più di quanto l'UE abbia mai investito in ricerca scientifica, transizione ecologica o lotta alla povertà. Una gigantesca operazione di riallocazione delle risorse pubbliche verso il complesso militare-industriale che non può non ricordarci l'avvertimento lanciato da Eisenhower nel 1961: "Dobbiamo guardarci dall'acquisizione di un'influenza ingiustificata, sia palese che occulta, da parte del complesso militare-industriale. Il potenziale per un disastroso aumento di potere fuori luogo esiste e persisterà”.
Questi fondi verranno sottratti a cosa? Alla sanità pubblica? All'istruzione? Ai servizi sociali?. E quali potrebbero essere le conseguenze concrete che una politica di riarmo massiccio avrà sulla vita quotidiana dei cittadini europei? Non solo in termini di vittime dirette dei conflitti, ma di un impatto sistemico che colpisce l'intera società.
Gli studi più recenti, come quello pubblicato sul BMJ Global Health, identificano almeno dodici aree di impatto: dalla mortalità diretta alle malattie croniche, dalle disabilità permanenti ai traumi psicologici, dal collasso dei sistemi sanitari alla distruzione ambientale, dall'aumento delle disuguaglianze sociali allo sfaldamento del tessuto comunitario. Un framework che ci ricorda che le decisioni in campo difensivo hanno percussioni reali, e spesso trascurate, sul benessere della popolazione.
Ma nell'attuale scenario geopolitico, la salute pubblica pare essere diventata un "danno collaterale" accettabile, come dice Sonia Gandini, in un tentativo sempre più massiccio ed evidente di normalizzazione della guerra come strumento politico ed economico.
Insomma, tornare a porsi delle domande potrebbe essere un utile esercizio di pensiero critico, specialmente in un momento in cui le decisioni vengono sempre più centralizzate e sottratte alla verifica democratica dei singoli. Dagli acquisti congiunti di vaccini alla proposta di centralizzare gli acquisti militari a Bruxelles, i processi decisionali sono sempre più demandati ad organismi sovranazionali.
Il linguaggio può essere anche arma di diserzione? Certamente, se maturiamo la consapevolezza di come le parole che utilizziamo e accettiamo plasmino la nostra percezione della realtà. E allora un’alternativa potrebbe essere quella di rifiutare la narrazione binaria che esclude le sfumature e riduce questioni complesse a semplici dicotomie, ed esigere un dibattito aperto, libero da tabù e manipolazioni.
In un'epoca in cui l'equilibrio democratico globale è sempre più fragile, in cui le tensioni geopolitiche si intensificano è fondamentale riappropriarsi del linguaggio come strumento di resistenza e di costruzione di alternative.
La prossima volta che sentirete parlare di "sicurezza" e "difesa", chiedetevi: sicurezza per chi? Difesa da cosa? E a quale costo? Le risposte potrebbero sorprendervi. E potrebbero essere l'inizio di una nuova consapevolezza critica.
Una consapevolezza critica che di certo non era nel kit contenuto in quella orrenda borsetta color fango…